Autunno ed ipertensione arteriosa: quali implicazioni per i pazienti ipertesi?
La misurazione domiciliare come strumento per personalizzare la terapia ed adeguarla alle variazioni stagionali di temperatura e pressione atmosferica
Gli equinozi ricorrono due volte all’anno, generalmente intorno al 20 marzo e al 22-23 settembre, e segnano convenzionalmente l’inizio della primavera e dell’autunno astronomici, rispettivamente nell’emisfero boreale. In prossimità dell’equinozio, la durata del giorno e quella della notte sono quasi uguali, anche se non esattamente, a causa soprattutto della rifrazione atmosferica e delle dimensioni apparenti del Sole.
Analogamente ai solstizi, gli equinozi sono quindi utilizzati come momenti di riferimento per l’avvicendamento delle stagioni astronomiche sulla Terra.
Per noi che abitiamo nell’emisfero boreale l’equinozio d’autunno, ovvero l’istante che determina la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, cade oggi. Ancor più precisamente in Italia alle 14.21 inizierà astronomicamente l’autunno: la stagione in cui cadono le foglie, la natura cambia i colori e si prepara ai rigori invernali in vista della rinascita primaverile, lo spazio orario occupato dalla luce prende a diminuire in favore del buio e le temperature scendono determinando freddo, pioggia e… sbalzi pressori.
La stagionalità è una delle variabili ambientali che maggiormente influenzano la pressione arteriosa, con importanti ricadute cliniche per medico e paziente, che dovrebbero adattare la terapia dal periodo estivo a quello invernale.
La prima descrizione delle variazioni stagionali nella misurazione della PA è stata presentata dal Dottor Rose nel 1961, in una lettera alla rivista Nature, e posta in relazione ai cambiamenti della temperatura ambientale esterna. Successivamente, negli anni Ottanta, con il “Medical Research Council Treatment Trial”, che includeva più di 17.000 uomini (tra i 55 ed i 64 anni) con ipertensione lieve, è stato documentato durante la stagione invernale rispetto all’estate un aumento medio di 6–7 mmHg per la massima e di 3–4 mmHg per la PA minima.
Numerosi studi epidemiologici, fino al PAMELA pubblicato dall’italiano Sega nel 1998, hanno poi dimostrato che non solo la pressione arteriosa clinica, ma anche quella monitorata a domicilio e nelle 24 ore, erano più basse d’estate e più elevate in inverno, con valori intermedi in primavera ed in autunno. Questo andamento stagionale, osservabile anche nelle donne, è evidenziabile sia nei soggetti normotesi che negli ipertesi, ed in maggior modo tra i soggetti anziani e/o obesi.
L’aumento della pressione sanguigna nei mesi invernali è stato inizialmente correlato con l’esposizione al freddo, che provoca un aumento dell’attività simpatica. Il Three-City Study (2009) è stato appunto eseguito in Francia per valutare la relazione tra ipertensione clinica e temperatura esterna, ottenuta dai centri di meteorologia, in più di 8.000 soggetti, osservando una differenza della sistolica tra le temperature più alte (estate) e le più basse (inverno) in media di 5 mmHg.
Sebbene le modificazioni acute e croniche dei valori tensivi alle variazioni di clima possano coincidere, non sempre mostrano identico andamento temporale. Ad esempio, uno studio diretto dal Professor Pietro Amedeo Modesti nel 2006 ha evidenziato una differenza media di 3/2 mmHg delle pressioni monitorate nelle 24 ore nei giorni in cui la temperatura media esterna variava dal 10° (6.2 °C) al 90° (25.5 °C) percentile.
È pure noto come la temperatura giornaliera correli soprattutto con i valori pressori diurni, mentre la stagione riesce ad influenzare maggiormente quelli notturni. Inoltre, mentre la risposta pressoria alle variazioni climatiche può essere rapida o persistente (a breve-medio o a lungo termine, rispettivamente), non sono state riscontrate queste differenze per quanto riguarda le sole variazioni della temperatura.
E’ stato, pertanto, ipotizzato che altri fattori possano condizionare le variazioni stagionali della pressione, come l’introito di sodio, l’adiposità, l’attività fisica e le eventuali modifiche terapeutiche.
Ad esempio in Autunno il paziente anziano tende ad una riduzione della fisiologica quota di acqua corporea causata da una minor assunzione di liquidi. Per questo motivo è suggerito agli anziani di bere regolarmente anche quando non hanno sete e di ridurre moderatamente l’assunzione di sodio allo scemare della sudorazione. L’adattamento del volume plasmatico potrebbe essere una delle cause per spiegare il prevalente aumento della PA notturna nelle modifiche stagionali a lungo termine.
L’importanza delle variazioni stagionali della PA è oggi presa in considerazione anche negli studi clinici, ma ha soprattutto importanti ripercussioni nella pratica clinica, in particolare per l’uso dei farmaci antiipertensivi.
Infatti è frequente che pazienti esposti alle elevate temperature in estate abbiano una riduzione dei valori pressori e quindi richiedano dosaggi minori o meno frequentemente il ricorso a combinazioni di farmaci. Questo è importante in particolare per l’uso dei diuretici negli anziani, per il rischio di eccessiva riduzione del volume plasmatico, per prevenire le cadute o un’insufficienza renale acuta. All’inverso, l’incremento assoluto della pressione sanguigna nei mesi invernali può contribuire a spiegare l’aumentato rischio di eventi cardiovascolari osservati durante la stagione invernale quando la terapia potrebbe essere incrementata per l’esposizione alle temperature più fredde.
Infine, i dati della letteratura suggeriscono che gli interventi atti ad una migliore protezione dal freddo (ad esempio riscaldamento delle abitazioni, minor esposizione al clima freddo) sono particolarmente efficaci negli anziani per limitare l’aumento della pressione arteriosa.
Considerando l’impatto di altri fattori metereologici sulla pressione arteriosa un ruolo importante viene altresì riconosciuto anche alla pressione atmosferica.
Uno studio recente, condotto presso l’Università di Lodz (Polonia), osservando 1662 soggetti ipertesi (dai 18 ai 90 anni) ha osservato una significativa correlazione inversa tra pressione atmosferica e la pressione sanguigna nelle diverse stagioni (vedi allegato).
La maggior parte delle persone vive in locali riscaldati in inverno o condizionati in estate e questo stile di vita riduce l'influenza di molti fattori meteorologici: temperatura, umidità, velocità e direzione del vento e la luce diretta del sole, ma non modifica assolutamente l'influenza della pressione atmosferica.
L'influenza degli effetti barometrici sul corpo umano non sono percepiti in modo evidente come quelli termici ma sappiamo che attivano, riducendo la saturazione plasmatica di ossigeno, il sistema nervoso autonomo e quello endocrino direttamente. Inoltre, è noto che la diminuzione della pressione atmosferica riduce e, di conseguenza, un aumento pressorio particolarmente in certe stagioni.
Lo studio polacco non solo ha permesso di registrare nei giorni di bassa pressione (atmosferica) valori artero-tensivi mediamente più alti ma ha anche evidenziato come in quei periodi si osservi anche un aumento significativo del rischio cardiovascolare, in particolare di ictus emorragico e emorragia subaracnoidea.
Si ritiene, infatti, che le variazioni della pressione atmosferica possano determinare un cambiamento di pressione all'interno della parete del vaso e facilitarne la rottura, soprattutto in un vaso aneurismatico già alterato.
Si consiglia, pertanto, di prestare maggiore attenzione al controllo domiciliare della pressione arteriosa durante questi periodi di instabilità barometrica (con alternanza di fronti di bassa ed alta pressione atmosferica) soprattutto considerando il fatto che le fluttuazioni di pressione arteriosa possono provocare un aumento del rischio di eventi cardiovascolari.
In conclusione, temperatura e stagionalità rappresentano variabili ambientali rilevanti da considerare nella pratica clinica e nella ricerca sull’ipertensione. Il monitoraggio della pressione nelle 24 ore e, soprattutto, il monitoraggio domiciliare possono contribuire a identificare le variazioni stagionali dei valori pressori, favorendo un approccio terapeutico più personalizzato e sicuro, in particolare nei pazienti anziani esposti a variazioni estreme di temperatura.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente informative e divulgative e non sostituiscono il parere di un professionista sanitario.
Dottor Emiliano Staffolani, MD, PhD
Specialista in Nefrologia ed Ipertensione Arteriosa
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